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Max! Il tuo libro non mi è piaciuto... poco, ma moltissimo!
Mi è arrivato in anticipo rispetto al previsto, sabato pomeriggio: domenica mattina l'ho finito. L'ho divorato, poi sono rimasta un paio di giorni intontita da tutte le emozioni e le riflessioni che mi ha risvegliato... dovrei dire suscitato, ma “risvegliato” è il verbo giusto, perché mi ha svegliata dal mio torpore, come un bel gavettone (fa caldo...!).
 
Ma ho intenzione di rileggerlo e gustarlo con calma, soffermandomi sulle parti che ho sottolineato e orecchiato – allego prova visiva :D, da cui puoi capire perché qui non metterò citazioni virgolettate del tuo romanzo... praticamente ogni pagina ha qualcosa di bello, di vero!
Durante e dopo la lettura ho preso appunti, scrivendo di getto: alcune parti, le meno personali, le trovi in questa mia... non dico recensione, ma come l'hai chiamata tu, “restituzione” di quanto ricevuto.
 
Ci hai fatto e ti sei fatto un grande dono con questo libro, Max; il dono è la verità, quella evangelica che “ci fa liberi”. Leggerlo, come tutti quelli in cui l'autore si mette davvero a nudo, mi ha spinta innanzitutto a riflettere su quante volte anch'io mi nascondo per compiacere, per non dispiacere, per vergogna, e così facendo soffoco e imprigiono la mia vera natura, non bella né brutta: semplicemente mia, fatta anche di quei lati cosiddetti oscuri che tendiamo a negare, ma con cui dobbiamo parlare e far parlare, respirare, pena una vita monca, morta.
 
In questo senso la tua storia mi ha presa a livello viscerale, risucchiandomi sin dall'inizio. Mi ci sono tuffata e ho nuotato insieme a lei, a te, per un pomeriggio una sera una notte e una mattina di fila, fino all'approdo che non è un approdo definitivo, ma solo un'altra cima conquistata e davanti già ne intravedi un'altra da raggiungere, come hai ben scritto.
 
Un libro scritto di pancia, e ai libri scritti di pancia, veri, si perdonano tutti i difetti. Non ti dirò quali siano secondo me, e non perché “non sarebbe giusto”, ma perché la tua verità ha preso la forma giusta per raccontarsi, è bella così. Bella perché vera. Il tuo è un libro bello perché vero, e ti assicuro che questa verità si sente.
Avere il coraggio, lo stomaco, di dirla: di raccontare, di buttarsi, all'inizio con cautela, provando a inventare, celandosi, appigliandosi a riferimenti un poco diversi dai propri, poi lasciandosi davvero andare alla corrente dei ricordi, del vissuto che ti spinge anche dove tu non avresti pensato di andare. Così è: quando ci si mette a scrivere si avrebbe in testa e in cuore qualcosa, una vaga idea o intenzione, poi la storia ti trascina dove vuole lei, ma solo se non ti opponi, se non fai resistenza, se hai la forza la pazienza il coraggio di ascoltarla, di ascoltarti e seguirla fino in fondo, fino a dove non si vede, dove non si tocca. Questo hai fatto tu, Massimiliano.
 
Ho sorriso rivivendo alcuni momenti condivisi – il lavoro, anzi i lavori in agenzia --, ho seguito il tuo alter ego Gino muoversi tra mare, fiume, campagna e città, approdare allo studio di uno psicologo (conosco la disperazione, la fame d'aria, il coraggio che ci vogliono per chiedere questo tipo di aiuto!), buttarsi nella Rete degli incontri, del dating online, delle chat a tema. E contemporaneamente provare a tenersi stretto alle sue origini, alla famiglia, alla sorella con cui si confida, osando fare coming out, giusto un attimo prima che la vescica esploda, amando riamato quei genitori di cui poi diventa padre e madre, genitori a cui, mentre si prova a perdonare se stessi per essere... se stessi, si perdona tutto – il non detto, il non fatto: hanno fatto tutto il meglio che potevano, per quello che erano.
 
Le storie di tuo padre, il tuo idolo, ragazzo a Roma incantato dal cinema, orfano, giocoforza muratore, contadino, dedito al lavoro, a costruire una stabilità che gli è mancata in giovane età, le emozioni a tenuta stagna, poi corpo da accudire, accompagnare a visita, curare, bambino da abbracciare, cui dare un bacio in fronte; e di tua madre, sempre accogliente, sempre presente, depressa, malata, accompagnata e amata anche lei fino alla fine: ho pianto leggendole, come tanti altri prima di noi ci sono passata e so quanto doloroso e allo stesso tempo, rigenerante possa essere questo percorso. Riesci a raccontarlo in modo semplice e profondo.
 
Mi sono incantata ai tuoi incanti bucolici, che solo chi come te vive a stretto contatto con la terra sa restituire. Ho trepidato e fatto il tifo per te, mentre intraprendevi il tuo vero cammino sentimentale, sessuale, che hai saputo descrivere con la delicatezza e allo stesso tempo la franchezza di chi cerca di restare sempre a stretto contatto con le proprie emozioni senza censurarle. Mi hai così aperto una nuova finestra sul mondo gay, che già conoscevo di riflesso per essere una grande fan di Tondelli, di Busi... e anche per aver avuto, molto tempo fa, una lunga relazione con un ragazzo bisessuale, ma questa è un'altra storia*.
 
Hai saputo restituire la novità, lo stupore, la paura che prende chi, dopo anni, decenni di negazione, accetta la sua verità e... quella degli altri! Perché le persone con cui Gino ha una relazione sono portatrici di una verità che spesso negano a se stessi, ma che lui sa vedere con gli occhi dell'amore, senza volerli cambiare, essendo una persona capace di stare, di contemplare, di attendere con pazienza, e quindi, di amare: lo ha imparato stando con se stesso e amando se stesso, il divino che porta in sé.
 
Sul fronte spiritualità e fede (sempre corpo e anima, nel tuo libro: non possono stare separati... “non sono mica un uovo, fatto di tuorlo e albume”), ho amato la ricerca continua di Gino, il suo travaglio interiore, quella sua sete di assoluto tra dubbi ed epifanie, fino a rendersi conto che la ricerca non solo non finisce mai, ma che soprattutto, oltre a passare dalla testa, deve necessariamente mettere in gioco anche il cuore.
 
Il tuo è un libro che ha un cuore, un cuore che batte fino all'ultima pagina, quando Gino prende per mano il “suo” bambino e lo porta finalmente con sé, a casa; un'ultima pagina che poi ultima non è, come succede in tutte le storie vere, autentiche, che continuano a risuonarci dentro ben oltre il tempo della lettura. Per questo mi sono piaciuti molto l'idea del sito dedicato (sei e resti pur sempre un professionista della comunicazione!), e il tuo appello finale a lasciare una recensione per gli altri fortunati lettori che ancora devono scoprirti e, attraverso le tue parole, scoprirsi, ritrovando magari delle parti di sé: questa è la mia.
 
Massimiliano Reggi, Un bambino non dovrebbe mai sapere, 2026, pp. 210.

Franca - Insegnante - copydimare

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L'ho divorato, con il respiro sospeso.
Grazie e scusa.
Grazie per la tua onestà, per tutte le cose che mi hai insegnato, che mi hai mostrato, con le parole scritte e quelle non scritte, ho sentito i tuoi sospiri, la tua paura, la tua solitudine e comunque il tuo sole.
Scusa. Scusami tanto. Sarei voluta essere l'amica che meritavi, l'amica che riesce a sentire i tuoi silenzi, che ti abbraccia e ti rassicura.
Avrei voluto dirti "va tutto bene" quando ne avevi bisogno, o "io ci sono" mille volte, a costo di essere ripetitiva... Avrei voluto dirti "ti voglio bene" tutte le volte che mi è venuto in mente, tante, tantissime volte.
Vorrei abbracciarti forte e abbracciare quel bambino che eri e che sei.
Grazie Massimiliano.
Grazie e scusami, se puoi.
Ti ho sempre voluto bene, dal primo treno.
Non so se sono stata capace di fartelo sentire, il mio bene, almeno un pochino.
Tutto è amore.
Grazie per avermelo insegnato.
 

Eugenia - musicista

Image by Johanna Vogt
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